
Per i latini la parola "malattia" deriva dall'unione della radice mal- (da malus, ovvero "cattivo" o "fatto male") e del suffisso -attia (utilizzato per indicare una condizione o uno stato).
Letteralmente, questa etimologia descrive la malattia come uno "stato cattivo". Da qui nasce il legame con il termine "malato", che deriva dal latino tardo malatus, contrazione della formula classica male habitus, cioè "che si trova in cattive condizioni".
In latino esiste anche una celebre omofonia (parole scritte allo stesso modo): mălus significa "cattivo", e Mālus (con la a lunga) è l’"albero del melo", il cui frutto è mālum, la mela appunto. A causa di questa somiglianza, nella tradizione cristiana il "frutto proibito" dell'Eden è stato identificato e raffigurato come una mela.
I traduttori medievali hanno giocato magari sul fatto che il frutto del male (malum) fosse proprio la mela (malum).
Sarà una forzatura linguistica, ma per la cultura cattolica il frutto del peccato - la mela - condivide la stessa identica radice (malus) da cui derivano le parole "male" e, di conseguenza, "malattia".
La malattia quindi entra nel mondo solo dopo il peccato originale. Prima della caduta di Adamo ed Eva, il corpo umano era perfetto e incorruttibile.
Quindi, teologicamente è l'ombra del peccato che si manifesta sulla carne.
Per millenni infatti la malattia è stata considerata la conseguenza diretta, la punizione visibile di un peccato.
Tralasciando Ippocrate e Galeno per trovare una svolta dobbiamo saltare dal V secolo a.C. al 1554.
In quell’anno, il medico francese Jean Fernel (1497-1558) pubblicò Universa Medicina, introducendo per la prima volta una suddivisione basata sugli organi colpiti (come le 'malattie del fegato' o del 'cuore') e fondando, di fatto, la moderna fisiologia.
Fu proprio in questo periodo che in Europa iniziò a diffondersi la pratica della medicina sintomatica.
Come spiega il grande dottor Ryke Geerd Hamer (1935-2017) nella sua “Presentazione della Nuova Medicina Germanica”, tra il XV e il XVI secolo la santissima Inquisizione esercitava ancora una forte influenza, al punto da portare a una divisione dogmatica di ogni fenomeno in ‘benigno’ e ‘maligno’.
“Il cancro era maligno; microbi, febbre, astenia, tutti i cosiddetti ‘sintomi di malattia’ erano maligni e dovevano essere estirpati come qualcosa di peccaminoso.
Siccome nessuno sapeva l’eziologia delle ‘malattie’, quindi non conoscendo una terapia causale, sono nate circa 1000 terapie alternative.
E quando poi Madre Natura riusciva comunque a portare a buon fine la guarigione, malgrado i nostri tentativi insensati di pseudo-terapie, allora le abbiamo annoverate nei nostri ‘successi’”.
La principale implicazione di questa visione deleteria è la terapia intesa come “guerra” al sintomo: un approccio belligerante, per non dire guerrafondaio, il cui scopo è la totale distruzione dei segnali inviati dal corpo. A questo si affianca la sistematica soppressione della sintomatologia, una pratica che impedisce non solo l’ascolto del paziente, ma blocca anche la risposta fisiologica. Un esempio su tutti è la febbre. Meccanismo biologico perfetto, attivato dall’organismo per accelerare i processi di riparazione e guarigione, che tuttavia viene visto dai medici come una malattia da spegnere a botte di Tachipirina®.
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