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Vergogna a chi?
Maurizio
Blondet – tratto da
www.effedieffe.com
Facile esclamare «vergogna!». Bisogna specificare un pochino, proviamoci. Vergogna alle sinistre, partiti, presidenti delle Camere compresi, il senatore Manconi con la sua compagnuzza Bianca Berlinguer e loro media, giornali e radio e tv di Stato, per aver cercato di dimostrare che le centinaia di affogati di Lampedusa sono affogati per colpa della Bossi-Fini. E più in generale, per colpa degli italiani razzisti, leghisti, omofobi ed anti-immigrati.
È ingeneroso ricordarlo, ma le vittime hanno fatto tutto da sole. Sono state loro a venire in massa non chiamate, di notte, come clandestini, ad affidarsi per questo ad organizzazioni di criminali libici, la cui natura delinquenziale dovrebbe essere ben nota nel Corno d’Africa; loro a dare fuoco al naviglio e a farlo rovesciare mettendosi tutti ad una murata. Loro a farsi ammassare in un barcone senza un solo salvagente, e ovviamente senza saper nuotare perché, poveretti, vengono da Eritrea e Somalia. sono gente che non ha visto acqua dalla nascita, per non dire il mare. Certo, pietà e orrore; ma senza dimenticare che questi hanno pagato qualcosa come 1500- 2 mila euro a testa: in Africa, chi può disporre di una simile cifra non è povero, i poveri veri, in Africa, non li avete mai visti; per fuggire non hanno che le loro gambe scheletrite, per di più debilitate dalla denutrizione. Quelli che vengono qui sono, relativamente, benestanti. Giovani che abbiamo visto mettersi in contatto con le famiglie via Facebook e smanettare sui tablet per dare notizie a mamma, non sono africani medi.
Vengono dalla
Libia. Con la Libia, il nostro governo aveva accordi, quando c’era il
colonnello Gheddafi, che bene o male avevano frenato il traffico di
clandestini. Hollande, Cameron, Obama hanno voluto rovesciare Gheddafi
per gli affari loro, e portare via i nostri agli italiani: hanno così
consegnato la Libia a bande criminali spadroneggianti, incontrollate,
armatissime perché si sono rifornite dai giganteschi arsenali di
Gheddafi, che non solo continuano a devastare il loro stesso Paese, che
torturano prigionieri delle loro bande, ma che come affaruccio
collaterale hanno intensificato il commercio e taglieggio degli
aspiranti africani alla venuta in Italia.
Comincino a vergognarsi quelli di Parigi, Londra, Washington, che hanno
voluto rovesciare Gheddafi. Ormai i delinquenti hanno ammassato 12 mila
aspiranti clandestini nell’insignificante porticciolo di Zuwarah, a 100
chilometri da Tripoli, in attesa degli imbarchi. La ministra Kyenge ha
definito «vergognoso» il centro d’accoglienza di Lampedusa? Beh,
dovrebbe – se avesse il coraggio – farsi un giretto nei centri di
ritenzione in cui i delinquenti ammassano le loro vittime in attesa che
le famiglie, laggiù nell’Africa sahariana, raggranellino i quattrini
aggiuntivi richiesti per il passaggio: Amnesty International ha mandato
qualcuno a visitare sette di quei campi «di ritenzione», così li chiama,
dove se i soldi delle famiglie non arrivano si può restare a «durata
indefinita», in condizioni atroci, senza cibo né acqua né latrine, e
dove i libici «picchiano brutalmente anche le donne con cavi elettrici o
tubi di ferro». Anche lì, come a Lampedusa o nei centri nostri, i
clandestini – quando sono tanti – si ribellano: la, però ricevono
raffiche di kalashnikov, secondo Amnesty. Magari capirà perché tanti
clandestini vogliono a tutti i costi venire nella «vergogna» italiana...
dove li vestiamo, li curiamo e li alimentiamo di cibi halal.
(La
Libye accusée de mauvais traitements sur des milliers de migrants).
I torturatori sono gli eroi che ieri hanno abbattuto Gheddafi con il sostegno della Nato e gli applausi della propaganda occidentale, in nome dei «diritti umani» che Gheddafi violava: si vergognino questi. Oggi sono un’industria dei diritti umani maciullati: che imbarcano i loro africani-ostaggi, e nei casi migliori forniscono di un telefono satellitare (un piccolo investimento, fa parte del business) in modo che, a 30 miglia dalla costa italiana, chiamino le nostre autorità italiane (hanno i numeri) per farsi salvare. Nei casi peggiori, li gettano in acqua ad annegare, perché tanto sono negri, mica della superiore razza libica. Gli affari sono ottimi, i profitti di questi mascalzoni si valutano in 4 miliardi di dollari l’anno, che è poco meno del 10% del Pil della Libia; specialmente ora che i profitti petroliferi sono ridotti a zero grazie alle bande armate e alla destabilizzazione, un reddito niente male. A noi contribuenti italiani, invece, solo le spese: salvataggi, ricoveri, mantenimento, vestiari. Dovremo fare concorrenza invece, ai profittatori libici: vendere nelle nostre ambasciate un visto turistico a ciascuno per 1000-2000 euro, e poi che vengano pure qui in aereo di linea, , magari potremmo munirli di un documento che gli consenta di muoversi nello spazio Schengen: è gente che vuole andare in Germania, ha già lì amici e parenti, sa che qui non c’è lavoro, è informatissima e intraprendente.
Le ultime centinaia arrivate ed affogate vengono la Somalia ed Eritrea. Queste erano nostre colonie, e quando erano colonie italiane non avevano motivo di fuggire le miseria; l’Italia vi ha profuso energie e mezzi, con un programma civilizzatore a cui i nostri nonni avevano creduto. Naturalmente, è stato decretato tra Londra e Washington che le colonie erano una vergogna, e che bisognava lasciare i popoli all’auto-determinazione. La Somalia è presto diventata il disastro morale e materiale, che a malapena la nostra opinione pubblica conosce; il buco nero del mondo; gli interventi americani hanno devastato, distrutto e destabilizzato, per poi ritirarsi feriti dal mostro che hanno creato: uno Stato fallito, failed state, anzi lo Stato fallito per eccellenza. Che sparge il suo disordine, sangue e profughi e terroristi anche nel vicino Kenya.
Io la vidi,
Mogadiscio, quando già da anni era «libera» da anni: i vecchi edifici
pubblici fascisti, fatti in economia (perché la Somalia come colonia
rendeva nulla) erano già crivellati da mitragliate di fazioni
incomprensibili e dementi; ma l’albergo Stella d’Italia ancora serviva
agnello arrosto col rosmarino e lasagne, e qualche bananiero italiano
resistevano ancora, ma poi dovettero andarsene. Da allora, per i somali,
niente più banane da vendere, solo Shahab e pirateria, fame, tubercolosi
e settarismo feroce (il vescovo, francescano italiano che conobbi, trovò
il martirio). All’Italia, del resto, il WTO aveva vietato di comprare le
banane somale; non erano competitive; ci dovemmo servire sul «mercato
mondiale», guarda caso dominato dalla United Fruits.
Si vergognino loro.
Quanto
all’Eritrea, è stato la colonia che abbiamo abitato più a lungo, che
abbiamo amato e che forse poteva diventare territorio metropolitano:
negli eritrei, la conquista del tradizionale nemico Etiopia al nostro
fianco («gli Ascari fedeli») aveva saldato una vera comunità di destino.
Ho avuto il raro privilegio di vedere Asmara qualche anno fa (ero al
seguito di una visita diplomatica): dolcissima cittadina interamente in
stile littorio e mediterraneo con audacie futuriste anni ’30, col cinema
Impero, il distributore Fiat a forma di aeroplano e il Bar Crispi ancora
in funzione; si stava riattando la ferrovia che da Massaua sul mare
Rosso saliva ripidamente ai 2400 metri di Asmara, costruita dagli
italiani nel 1889-1911 in condizioni climatiche ed ambientali
proibitive, poiché s’era visto che le 30 gallerie, i 26 ponti e viadotti
e mezzo migliaio di muraglie e terrapieni, dopo quasi un secolo
d’abbandono, erano ancora come le avevamo fatte, strutturalmente integre
e praticabili.
L’ha voluta rimettere in funzione il dittatore Isaias Afewerki per ragioni di prestigio. Ma naturalmente la ferrovia italiana non serve più a niente, dato che era lo sbocco al mare per l’Etiopia-Eritrea unite, grande ma isolata e chiusa, e invece i due Paesi «liberati» dal gioco italico, sono in guerra perpetua: cominciata nel 1998, e di fatto mai finita. Quindi sbocco chiuso, peggioramento della miseria per entrambi; e non bisogna dimenticare che l’Etiopia era appena uscita dalla dittatura comunista di Menghistu, autore di migliaia di esecuzioni sommarie non solo contro avversari politici, prelati della chiesa etiopica e esponenti della vecchia nobiltà, ma intellettuali e studenti delle superiori (bastava avere gli occhiali, chi sapeva leggere era «borghese» dunque liquidabile); l’utopia marxista finì in una carestia – tipica carestia comunista – con 8 milioni di morti, un genocidio per cui Menghisto non ha pagato (per quanto se ne sa è ancora riparato in Zimbabwe, protetto da Mugabe).
Mugabe fu il Pol Pot africano; Isaias Afewerki è il Kim Il Sung, ed ha fatto della sua Eritrea una Corea del Nord, lo stato più repressivo dell’Africa, che è tutto dire: militarizzazione totale e permanente con la scusa della guerra all’Etiopia, l’intera popolazione maschile sotto obbligo militare (sicché chi se la fila dal Paese è disertore, e se preso, passato per le armi senza processo), quasi nessuna notizia su come vi vadano le cose. Non si danno visti d’entrata a stranieri, proprio come in Nord Corea . A gennaio dei militari in rivolta si sono impadroniti brevemente della tv di Stato, poi non si è saputo più nulla o quasi. Si ritiene che Afewerki tenga in galera senza processo almeno 10 mila avversari politici o semplici dissidenti, che li faccia torturare, che ordini esecuzioni sommarie per un nonnulla.
La guerra fra i due Stati che l’Italia aveva unito, è un effetto della de-colonizzazione; e ad eccitarla sono state le potenze de-colonizzatrici per eccellenza, Stati Uniti e Gran Bretagna con Israele sostengono l’Etiopia nello sforzo bellico e le forniscono gli armamenti, per i quali lo Stato etiopico spende il 20% del suo miserevole prodotto interno lordo; ma un po’ di armi, gli americani le vendono anche all’Eritrea – e la specialista in questo affare è l’ambasciatrice Susan Rice, la numero due del Dipartimento di Stato sotto Obama, consigliera della sicurezza nazionale per Obama ed Hillary Clinton, una delle forze motrici che hanno tentato di trascinare gli Usa ad aggredire la Siria, un altro stato da liberare... È il bello della decolonizzazione, che noi italiani abbiamo imparato male e poco. I decolonizzatori non si prendono responsabilità dello sviluppo, non costruiscono ferrovie a 2400 metri di dislivello, né si occupano di ponti, acquedotti ed agricoltura, non lottano contro la tbc, non hanno tutto questo impulso civilizzatore. Quello fu l’illusione e il compito di quando noi italiani eravamo colonizzatori, e ci rese migliori, mentre migliorava loro, rendendoci più responsabili; ma il nostro tempo è passato.
Ma non ci si dica
che bisogna vergognarsi. Altri si devono vergognare per come hanno
ridotto l’Africa. La Kyenge dovrebbe saperne qualcosa, anzi è l’esempio:
approva la poligamia del capotribù suo padre congolese, gli pare
progressista come le nozze gay e chiamare papà e mamma «genitore 1 e
genitore 2». È la felice immagine della sinistra che, a forza di
progressismo, finisce nel fiume Congo. Una vera parabola
dell’illuminismo oscurantista, del progressismo regressivo.
Gli eritrei che fuggono dal loro dittatore possono scegliere tre strade.
Alcuni pagano, e si mettono nelle mani di, mercanti di carne umana che
li contrabbandino attraverso il Mar Rosso in Yemen, da cui provano a
infiltrarsi in Arabia Saudita e ai ricchi emirati del Golfo, dove i
lavoratori stranieri sono praticamente schiavi. Altri vanno ad ovest,
passano il confine col Sudan e, pagando e pagando, si comprano un
passaggio su camion attraverso il Sahara verso l’Egitto. Da qui, alcuni
cercano di raggiungere Israele attraverso il Sinai; in mano a beduini
che poi chiedono il riscatto alle famiglie, torturando i loro
prigionieri. Quelli che arrivano in Israele sono trattati col pugno di
ferro, da una Bossi-Fini ebraica, ossia efficiente e spietata:
dall’estate scorsa sono cominciate le retate, i catturati a centinaia
sono caricati su aerei e sbattuti indietro in Sud Sudan; Israele non
accetta domande di asilo politico, né fornisce vestiario né rifocilla,
né soccorre. Anzi, la popolazione israeliana ha inscenato manifestazioni
contro gli africani, urlando che se ne devono andar fuori dai piedi,
perché di razza impura mettono a pericolo «la natura ebraica dello
Stato».
In Israele non ci
sono Boldrini, né ci sono Kyenge, non ci sono Caritas e protezioni
civili pronte ad assistere e a far mangiare. Del resto Netanyahu ha
risolto il problema per sempre: elevato un reticolato di 200 chilometri
lungo il Sinai, ha stroncato il business dei banditi beduini. «Gli
sconfinamenti illegali sono calati del 99,9%», esultava l’estate scorsa
un comunicato del governo ebraico, «sono passati da 2 mila al mese a
soli due». Naturalmente, bloccata questa via, il traffico su Lampedusa
si è ingrossato.
Vengono qui ad affogare sulle nostre coste, e ce ne sono altri 12 mila
in Libia che attendono. Se vengono in Italia, è perché l’Italia
accoglie, e lo sanno benissimo.
«Vergogna»: facile a dirlo. Bisogna specificare. Vergogna a chi?